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lunedì 9 ottobre 2017

Gli ingegneri non possono essere scrittori!


Fin da giovanissima mi sono sentita ripetere questa frase da persone che hanno conseguito titoli di studio umanistici. La formazione scientifica sembra dover essere un limite enorme per persone come me a cui piace esprimere la propria visione del mondo attraverso la scrittura. 

Oggi vorrei sfatare questo mito! Purtroppo è opinione diffusa che gli ingegneri siano degli stupidi carciofi privi di qualunque sensibilità artistica che immolano la propria vita ai numeri. Il fatto è che gli ingegneri, vi assicuro, di numeri non ne vedono molti ne durante i loro studi e nemmeno al lavoro (anzi, vi confesso che in genere gli ingegneri, non sono un granché con i numeri!). 

Quello che vedono gli ingegneri sono le formule. Voi direte: “Sì insomma quella roba lì!”.
“Quella roba lì” è un linguaggio fatto di simboli che descrive la realtà che ci circonda. C’è chi impara il tedesco, chi il russo, noi impariamo l’ingegnerese: una lingua netta, sicura, precisa, eloquente che non pregiudica assolutamente l’apprendimento delle altre. Che ci crediate o no, siamo persone con una vita sociale, sentimentale e sareste sorpresi di sapere quanta creatività c’è in un corso di studi ingegneristico. 

martedì 8 agosto 2017

Quei romantici pazzi che ancora scrivono a mano...



L’immagine in figura mostra la copia originale scritta da Giacomo Leopardi del sonetto “L’infinito”. Bello no? Sarebbe altrettanto romantico ed evocativo visualizzato sullo schermo di un computer, in un file word? 
  
Probabilmente sì. L’”Infinito” di Leopardi sarebbe magnifico anche scritto su pietra con simboli preistorici, ma soffermiamoci per un attimo a pensare a quella strana e lontana abitudine di scrivere a mano. 

L’avvento dell’era tecnologica ha portato una dilagante digitalizzazione: le macchine da scrivere sono diventati oggetti vintage, le penne dei bellissimi ed opzionali gadgets. Ve lo dice un’inguaribile nostalgica che, pur lavorando nel campo IT, ancora si ostina a portare sempre con sé un quaderno e penne colorate per prendere appunti, buttare giù liste e progetti. 
Non solo, scrivo ogni racconto con carta e penna e solo in seguito lo trascrivo su pc.  
La primissima stesura de “L’innocenza del germoglio” ha visto la luce in corsivo, scribacchiato su un’agenda inutilizzata degli anni 90. Macchie di inchiostro, correzioni, cambio di penne, alcuni tratti più leggeri, altri più pesanti: ogni pagina, a suo modo, manifesta l’intensità con cui è stata scritta, la difficoltà e l’impegno. Quando mi capita di sfogliare quell’agenda penso: “…guada che fatica per buttare giù questo pezzo”, “…come scricchiola questa pagina, dovevo essere proprio presa…”.